Memory leak

Come quando ti svegli e ti rendi conto di non esistere. Come quando la strada è ancora lunga e tu hai le gambe troppo pesanti. Come quando cerchi l’antidoto a una malattia che ancora non è stata scoperta. Come un punto interrogativo senza una domanda. Come un torrente gelato d’inverno. Come quando ti rifugi nell’eclissi di un abbraccio. Come quando ti sogno e non ti riesco vedere, ma so che sei tu per la sensazione di vuoto con la quale mi sveglio.

Scappa, così la voce nella testa continuava a ripetere tra un singhiozzo e l’altro. Scappa, salvati per salvare cosa avrei voluto essere io. Salvami per salvare cosa non sono sono stato ma che vorrei essere. Odissea di una volontà che fa acqua da tutte le parti e forma una memoria.  Memoria che sorpassa il presente e si piazza davanti a noi con il suo culone ingombrante. Memoria che fa oscillare l’ago della bilancia tra vittima e carnefice. Memoria che provo a gestire. Facendo finta che i sogni siano stati realtà e che gli incubi siano stati sogni, memoria come crocefisso, come una mina antiuomo pronta a farti saltare in aria. Memoria come una supergigante rossa che illumina la parte più scura di me. In aria, per terra, per l’etere, per la stratosfera,per i ricordi, per battiti lenti, dove hai vissuto gli ultimi anni? Non lo sai. Come non sai chi sei. Non sai neanche di essere vivo. Non sai niente,  come non sai chi stia scrivendo queste quattro parole in metastasi piene di orrori grammaticali, non lo sai. Non sai ma senti, senti il rumore della tastiera, il rumore dei tasti sempre più forti, il tonfo sempre più profondo e la velocità di battitura sempre più veloce, come se ci volessi affogare, affogare per passeggiare sui fondali marini in cerca di nuovi orizzonti. Oggi neanche mi sono svegliato, tutto che gira intorno agli incubi di un fantasma. Poverissima memoria, non la stiamo riempiendo di ricordi, deserto di emozioni. Nessuna scoperta del secolo. Nessuna canzone a martellarci i timpani.

Cara memoria, voglio scrivere a te per inventarti, per darti un volto, per darti mani che mi possano accarezzare nel momento in cui non avrò nient’altro che te. Per darti la possibilità di dire “io so(g)no questo…”. Cara memoria ti prego, cerca di esistere, inventati, fai finta di essere stata a villa Borghese in una domenica di un qualsiasi mese. Cara memoria fai l’autostop per viaggi mentali. Cara memoria la tua storia esiste solo se racconti quella di chi ti ha distrutto. Cara memoria, lo so che le persone che abbiamo perso ci mancano tutte, ci mancano quasi come quelle che ancora devono arrivare.

Cara memoria sei ferma, intrappolata nella roccia. Cara memoria sei diventata geroglifico dentro una caverna sulla cintura di Orione. Sei un leone disegnato su una parete ghiacciata. Sei sogno. Sei, sette,otto milioni di anni immobile, senza la possibilità di muoversi con la condanna di vedere cosa stia succedendo intorno, subendo ogni torto, come una nave che lascia per sempre il proprio porto. Costruendo pavimenti stellari tra la cintura di Orione e il buco nero della memoria ci ritroviamo all’interno di questa caverna buia con una tamarra che sona,  con un profumo di salvia e rosmarino appena colti. Non riusciamo a capire chi siamo. Siamo minatori sopravvissuti nel crollo di una miniera belga. Ora leggi. Leggi il muro. Scopri e racconta. Inventami, scoprimi e raccontami.

A rifugio del gelo spaziale, cimitero di stelle tra comete e nebulose, un leone continua a ruggire. Lineamenti pixellati, disegnato con risoluzione preistorica, viso rigato, viso rugoso, viso pronto alla nostra regata. Disegno sulla parete. Via l’ancora, via la realtà, via me, via te, via il tuono che dà voce al fulmine. Inizia il viaggio, facciamo muovere tutto intorno a noi stando fermi. Anche questo è viaggiare, stare fermi e far muovere i propri soli. Se non possiamo modificare la realtà possiamo obbligarla a scappare lontano da noi. Siamo all’interno di questa caverna mentre fuori nello stesso momento i Cinesi cercano di contrastare Gengis Khan e i Briganti muoiono per la loro patria. Mentre i nativi Americani bruciano le chiese di Madrid e i Russi obbligano i polacchi a pregare. Siamo attimo di un milione di anni. Siamo speranza alternativa. Siamo preghiera ascoltata e accolta. Fissiamo lo sguardo impenetrabile del leone e iniziamo a muoverci in questa caverna. Inizia a parlarci, inizia a contare e a cantare i nostri passi. Abbiamo ventri accesi e sorrisi pungenti. Il  leone ci accompagna per tutto il tragitto della caverna, leone che inizia a raccontarci di ciò che saremo e siamo stati. Passato e futuro si mescolano tra la tossicità dei gessetti colorati. Tra le rughe del suo volto riusciamo a vedere speranze ancora genuine, sogni ancora intatti. Non riusciamo a capire se ciò che ci racconta sia successo realmente o se si tratti dell’immaginazione di un leone disegnato su un muro. Ma non è un problema, tanto noi oggi non ci siamo svegliato, siamo nel pieno dell’incubo. Camminiamo senza mai distogliere lo sguardo.  Leone intrappolato con voglia di evadere e noi liberi senza nessun posto dove andare. Ci sacrifichiamo per rendere omaggio a un dejavù di sorrisi. Spostiamo la vita sul nostro braccio e iniziamo a disegnare una porta sulla parete della caverna per dare libertà al nostro leone. Gli diamo l’eternità di un sacrificio. Leone che dopo millenni di ricordi esce dal muro e diventa reale, diventa nostra memoria. Memoria che sa di essere in debito. Memoria che ricambia la cortesia di averla salvata e inizia a stringerci trasmettendoci i suoi ricordi impazziti. Memoria che si apre le vene, le riallaccia, le riapre e le richiude. Quasi un gioco gestire la morte.  Memoria che per vivere deve torturarci, accettiamo senza esitare. Memoria che piega tempo e spazio e ci porta in una stanza convessa dove inizia a vomitare immagini e a stritolarci. Iniziamo a ricordare. Mi ricordo urla. Mi ricordo pugni al muro. Mi ricordo dei “perché” e dei “non è giusto” sputati come veleno. . Mi ricordo che qualcuno chiese: “ma si riprende?” e nessuno che ebbe il coraggio di dire sì.  Mi ricordo la telefonata singhiozzante al 118. Mi ricordo la somministrazione disperata di un qualcosa. Mi ricordo i tuoi respiri affannati che diventavano sempre più distanti tra di loro. Mi ricordo il rumore del mostro ad ogni tuo respiro, forse pregustava la vittoria.  Memoria che stringe sempre di più i suoi ingranaggi e qui, schiacciato tra passato e presente, trovo l’ultimo ricordo di te, i tuoi tentativi di aggrapparti a me, le tue labbra cianotiche, le tue mani sempre più fredde tra le mie. Mi ricordo il momento esatto in cui la paura diventò disperazione,  quel secondo di silenzio in cui ogni speranza sì sgretolò, così come succede ad un bellissimo castello di sabbia nelle mani di un bambino dispettoso. Mi ricordo come mi stringevi, quasi come se ti potessi salvare la vita.

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Shiver

Proprio quando sono sicuro di non capire più niente, proprio quando ogni linea si inizia a deformare, proprio quando ogni colore inizia a sfumare io riesco a vedere esattamente come stanno le cose. Sempre per eccesso, approssimare sempre per eccesso. Devo esagerare, overdose di vita come via di fuga dalla morte. Nel momento in cui il mio corpo non lo sento, il mio fegato ha da fare gli straordinari, la mia mente si avvicina e inizia a sussurrarmi parole dolci: “stai migliorando”, “non sei così male come pensi”, grido mi agito vorrei zittirla questa mente, però forse ha ragione. Ora che ogni certezza barcolla io riesco a capire dove andare. È la prossima uscita, anzi sono già nell’uscita, sono io a decidere dove uscire. Devo solo fidarmi, devo solo guardare il bene. Il bene che ho fatto, che posso fare, che ho ricevuto. Perché piangersi addosso ha un effetto catartico solo a breve termine, poi inizi ad affogare nelle tue lacrime. Allora mentre l’uragano è nel pieno della sua forza tu capisci di essere al centro. Fuori tutto si muove, dentro sei fermo. Non morto, in letargo di vita. Uno sguardo verso il tuo futuro, è nero, ne avevi paura prima di adesso. Adesso sai che puoi contare su di te. Tu al tuo fianco da sempre.  Tu con un cuore che gli piace fare l’eroe. Gli eroi hanno vita corta. Devono morire per essere eroi, per ricevere una stella. Noi non vogliamo essere eroi, noi non cambieremo il mondo. Noi puntiamo ad andare a dormire senza sentire nessuna mancanza.

 

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No unknown

Fare la stessa strada tutti i giorni, sapere la collocazione di ogni buca, la distanza esatta tra un dosso e l’altro, conoscere il colore di ogni palazzo, a che ora si alzano le tapparelle di ogni casa. Percorso che diventa rituale. Un giorno fai la stessa strada ma non la riconosci, inizi a guardare con curiosità ogni particolare, quelle montagne devono averle messe lì stanotte. Mi sono meravigliato di essere meravigliato, tutto diventa un grandissimo specchio. Mi immedesimo in ogni cosa che fisso, divento parte dell’asfalto, disteso, nero, rovente, non conosco inizio e fine, sopporto il peso di ogni cosa che mi passa sopra. Divento spartitraffico, a destra con me, a sinistra senza. Divento palazzo in costruzione da troppo, tanti buoni propositi fermi lì su uno scheletro. Addobbato di murales di ragazzi che vogliono esternare ciò che li opprime dentro. Mi ritrovo in piedi senza sapere dove, senza sapere cosa sto guardando, ma la sto guardando, è una sfida a chi molla prima lo sguardo. Io non voglio mollare. Sognando un passato migliore, sperando di scrivere nuove pagine di storia. Mi rendo conto di essere morto tante volte solo quest’anno. A ogni morte non è corrisposta una rinascita bensì una nuova pena. Perché la sofferenza non è limitata alle lacrima di una domenica atrofica, la sofferenza è uno stratega che ti studia da quando nasci, segna ogni tuo minima debolezza e poi sarà lì che punterà la sua spada. Da morto cerco l’etimologia di vita, vita è credere in qualcosa. Credici. Credici. Credici. Credici fin quando non verrai sbeffato dalla parte di te che non ci credeva, che sapeva. Vivo in una mente sconosciuta. Una  mente camaleontica che si adegua a ogni cosa. Adeguarsi fa parte del piano della sofferenza. Piegarsi, squagliarsi, attorcigliarsi, arrampicarsi, tutto ciò che credo che sia vita per la mia mente è morte. La mia mente dall’alto delle sue convinzioni mi ride in faccia. Mi spingi ancor più verso il fondo. Devo riemergere, non so nuotare. Devo vivere, non so respirare. Devo amare, non so dimenticare. Devo andare avanti, non conosco la strada. Devo restare in equilibrio, la forza di gravità mi annulla. Schiacciato, per terra, sento il suono delle radici crescere, sento il battito di una lucertola nascosta. Sento il mio battito, sono vivo. Penso di essere vivo. Mi alzo, sono fantasma, ho seguito tanto i miei fantasmi fino a diventare anch’io fantasma. Sono in una stanza con del parquet, una finestra che affaccia su dei campi e un letto con delle lenzuola rosse a pois bianchi. Robaccia rinchiusa in un porta gioia si materializza all’interno della spada. Non lo fare, non lo fare, ti prego non lo fare. Preghiere vane, che muoiono in un fuori vena. Attesa, dolce nemica, aspettare di vedere come va. Non è la fine, non adesso mio angelo biondo. Sono il fantasma di me stesso, non sono pronto per essere il tuo. Ricado, il tonfo è più forte, non mi risveglio, sogno i miei morti. Sono esattamente dove vorrei essere, in un posto sconosciuto dove è vietato l’accesso al mondo. È ora di svegliarsi, prima un viaggio in macchina con gli aerosmith a tutto volume. Mi risveglio, sono a casa, sono con uno sconosciuto, sono con il me che vuole andare via. No, non ti conosco. Tu sei quello che ci crede sempre e comunque. Che fatica crederci. Non voglio sconosciuti. Devo andare  via da me. No unknown.

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Water and Wine.

Quante volte abbiamo perso cose che non abbiamo mai avuto?
Solite domande, soliti dubbi affogati nell’alcool, nessuna risposta valida.
Nessuna risposta accettabile, perché accettare una risposta vorrebbe dire tornare a vivere, ma forse abbiamo capito che non ne vale più la pena.
Forse questo di agonia è l’unico modo per sentirsi vivi. Le emozioni passate ci logorano, quelle presenti non le sentiamo, quelle future sembrano troppo lontane, a distanza di qualche vita.
Solo un’emozione riesce a sopravvivere a tutto ciò: la paura.
Io ho paura, tanta. Ho paura della realtà, ho sempre considerato la solitudine una cosa positiva. Mi prendevo in giro però. Non c’è cosa peggiore di non avere nessuno con cui ridere, piangere, uscire, fare un commento su una bella ragazza, andare a bere una birra insieme. Io convivo con la paura di morire solo, perché in fondo lo sono. La mia routine mi ammazza, passo quasi dodici ore al giorno chiuso in ufficio cercando di guadagnare un po’ di soldi, ma non sono mai abbastanza, c’è sempre qualcosa da pagare. Mi sono reso conto che le bollette non le pago con i soldi, le pago con la vita, quella non vissuta. Arriva la sera e miei compagni sono la musica, i film, i libri e i miei pensieri. Mi sento mille anni addosso. Mi manca l’amore. Mi manca un amico, Mi manca essere felice. Ho bisogno di una vi(t)a di ritorno.
Ho bisogno di far morire qualche parte di me.
Vita e morte, morte e vita.
Sembrano due opposti.
Come il giorno e la notte, come il vino e l’acqua, come il bianco e il nero, come il il silenzio e un urlo, come me e te.
Non è così, non per me. Io creo un universo parallelo con tanto di agibilità. Questo non mi piace, mi ci sento stretto, non voglio essere legato a nessuna legge universalmente riconosciuta.
Voglio creare io le leggi, solo per il gusto di trovare le eccezioni di legge. Morte e vita sono una il complemento dell’altra. Sono come le api e il miele, come il motore e la benzina, come il mulino e il vento, come l’amore e le lacrime. Nel mio universo parallelo non esiste la domanda “c’è vita dopo la morte?” ma esiste e domina ogni cosa questa domanda: “c’è vita prima della morte?”. Puro svagare della mente. Perché questo io voglio essere, voglio essere mente. Voglio pensare, voglio smontare una qualsiasi canzone e con quelle note formare la mia preferita. Voglio mettere curve in ogni percorso per rendere più interessante il mio tragitto. Vita per me è non riconoscere lo stesso paesaggio che vedi ogni giorno. Stare lì, fermo, a guardare quella montagna che muore tra le nuvole e non sapere dove si trova esattamente, non sapere se quel paesaggio l’hai mai visto prima come lo stai vedendo adesso. Non sapere di essere a casa. Non sapere il perché non ti sei fermato mai prima a guardare quello scorcio che hai avuto sempre davanti agli occhi. Questa forse per me è vita. Il forse è d’obbligo. Amo i forse, nei dubbi posso riporre ogni mia speranza, perché in fondo so che nulla potrà mai farmi male come la morte, quella vista, quella non tua ma di una tua persona cara. Quella che ti fa desiderare di voler morire tu al posto di quella persona. Forse vita è rivivere un momento bello. Guardando quel paesaggio mi è venuto in mente un pomeriggio del 2005 con amici, fumavano canne al dolce tepore di un tramonto di agosto, sentivo la pelle riscaldarsi. Forse vita è guardare una foto in bianco e nero di vent’anni fa di quella persona che hai visto morire e vedere i colori dei suoi occhi, sentire il profumo dei suoi capelli, sentire il suono del suo: “ti voglio bene gioia”. Forse vita è ascoltare il racconto di un nonno che parla di un aneddoto di 50 anni fa con le lacrime agli occhi, più parlava più vedevo le sue rughe scomparire. Forse vita è dimenticarsi di essere vivi.

 

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Borderline

Non ho un altrove. Dove vuoi che vada.  Ho te. Continuo.

Così la lettera del cecchino rivolta alla sua patria. Giurava eterna fedeltà. Giurava di sparare sempre contro i nemici. Giurava di indossare sempre la stessa divisa. Giurava.

Questa lettera ormai è macchiata di lacrime e sangue. Il generale immerso nel suo sangue fa i conti con le battaglie vinte, i proiettili nelle costole e le perdite subite. Passo indietro. Periodo di pace. Generale e cecchino banchettano allo stesso tavolo. Ridono, scherzano, si abbuffano, si godono questo che è un periodo di addestramento. Si stanno addestrando per chi sarà più bravo a riuscire a tradire la propria patria. C’è aria di tradimento, la puzza si sente da miglia. Il generale schiera dalla sua due battaglioni, l’undicesimo e il ventiquattresimo. Il cecchino viene mandato nella terra di confine, nella border line. Lui che è l’asso, lui è l’elemento migliore mai scoperto da questo generale viene mandato a combattere in prima linea. Ma non è solo, il generale è alla sua sinistra, lato cuore. Uno spara l’altro ricarica. Dall’altra parte del confine un generale di vent’anni avanza impetuosamente, ogni suo passo è un tremare di terra. Ogni suo passo è un attacco alle fondamenta di questa città che dobbiamo proteggere. Cecchino e generale non curanti di ciò che gli sta per capitare continuano a scrivere nella memoria avanzate impossibili, bombe schivate, mine saltate, lanciafiamme spenti. Insieme macinano ogni possibile roccia. Avanzano. Ma il cecchino inizia a dubitare della lealtà del suo generale. Inizia a pensare a che per pensare territori più grandi deve cambiare stato. Deve andar via dalla sua patria, da quella che lo ha visto crescere, sparare i primi proiettili, guidare i primi carri armati. Il generale inizia a vedere, sa che deve tenersi stretto quell’uomo. La sua guerra non può essere combattuta senza di lui, non può esistere senza di lui. Il cecchino, piccolo bastardo lentigginoso, cambia bandiera. Si sveste di ciò che è, attraversa la borderline, indossa la nuova divisa  e inizia a sparare. Gli hanno insegnato troppo bene dove colpire. Sbam, primo colpo, fa fuori la radio, non ci sono più comunicazioni. Sbam, secondo colpo, distrugge la bandiera del suo ex generale. Sbam terzo colpo, gamba. Sbam quarto colpo cassetta dei medicinali. Sbam quarto colpo in petto, lato destro, non al cuore. Al cuore non sa mirare il cecchino, per quanto bravo possa essere non è riuscito a cancellare che ogni suo colpo messo a segno è comunque una vittoria del suo generale. Meglio sbagliare, meglio lasciare il generale vedere la sua sconfitta. Piano diabolico firmato il nuovo generale, quello di vent’anni. Il cecchino abbandona la borderline, esplora l’entroterra del suo nuovo stato. Si sente a casa. Se non che ogni tanto, guarda verso quel confine, rivede il suo vecchio sé, quello che ancora non aveva tradito. Proiettili nostalgici a salve vengono sparati. Prova a lanciare canzoni nell’etere ma non arrivano. Prova a lavarsi la coscienza con il sangue ma si intorpidisce ancor di più. Cammina, guidato dalla cintura di orione, fino al confine. Vede il suo primo generale al confine, ricarica il fucile, vorrebbe sparare il suo ultimo colpo, dritto in testa. Non ci riesce, abbassa l’arma e  gli chiede: “Come stai?”

Il generale risponde: “se amavi la tua patria, perché l’hai lasciata?”

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Rouge

Ho sempre avuto un’attrazione particolare per il rosso. Così pieno, così vivo, così che ti prende per mano e ti porta nell’unione del giallo e del magenta. Due colori primari che facendo l’amore creano il rosso. Non posso non amare il figlio di un amore. Però di rossi che mi fanno bene ne ho pochi. Questi rossi sono vortici di ogni mio “me” conosciuto. Già, ho diversi me, altro che bipolare, qui sembra di stare in un outlet delle personalità. Prendo sempre quella che costa meno, quello che pagherò meno cara. Ma le altre non vogliono stare ferme su uno scaffale, mi rincorrono con un coltello macchiato di un rosso ricordo tra i denti. Scappo, scappo, scappo in tondo, mi ritrovo sempre allo stesso punto. O loro hanno raggiunto me o io ho raggiunto loro. Non c’è via di scampo. Sono un algoritmo delle personalità non risolto. Chissà quale io sono. Se quello che ride per ogni minchiata, fa battute stupide. Se quello che se ne fotte di tutto e tutti e pensa ad accendersi una sigaretta. Se quello che cade in ricordi passati che segnano più di un marchio a fuoco. Se quello che crede ancora negli altri. Se quello che manderebbe a fanculo ogni cosa che respira. Di rossi ne ho visti tanti. In ordine casuale citerei quello dei miei capelli. Un tempo sono stato rosso, avevo i capelli rossi che andavano sul rame. Non volevo arrugginire, volevo essere più forte di me. Sconfitta, ricrescita, metà rosso metà castano, taglio nuovo, completamente castano, tentativo di non piegarsi fallito. Rosso passione. Fanculo a Dante che al liceo mi fece innamorare del suo “amor che move il sole e le altre stelle”. Amor move solo i coglioni. Ma questo amore che si cerca di scrivere, riassumere, etichettare, qualcuno lo hai mai provato? Esiste o esita di esistere? Se c’è qualche fortunato che ha conosciuto l’amore non penso che mia lo vorrebbe condividere, sarebbe soggetto a troppa invidia. Rosso vino. Dolce nettare degli dei creati da me. Questo dolce succo di uva che rende ogni mezz’ora post pranzo più soft, che aiuta a pensare e far apparire i fantasmi nella mia testa. Questa bevanda così simile al sangue versato mi fa sentire vivo. Solo con un dolore mi sento vivo. Rosso labbra. Quante labbra mi hanno baciato e poi sono andate via? Da quante labbra ho sentito dire parole non rispettate? troppe. Labbra per le quali non esiste antidoto, sono solo veleno. Rosso come le sottolineature di wordpress che mi dice che molte parole ho scritte sono sbagliate. Ma non me ne fotte niente. Scrivo senza rileggere, deve essere un flusso continuo di idee trascritte. Non ho voglia di fermarmi a nessun rosso di nessun semaforo. Preferisco andare dritto e sparato a ogni incrocio, magari un amore mi travolge.

 

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Phototext experiment 2.0

boat

 
Non sono un attento osservatore, non ho guardato le luci, ho guardato quella barca legata. Ho dovuto zoomare, sono un curiosone che guarda con le palpebre aperte.

Le chiudo.

E’ legata con due corde, il rumore più bello che quella barca possa sentire è il loro struscio. Vedo rumore di speranza. L’unica sua speranza è lo sfregamento delle corde, più è forte, più si sente il rumore. Quello sfregamento produce anche calore, calore che può bruciare le corde e permettere alla barca di lasciarsi guidare dal mare. Il desiderio di libertà è universalmente riconosciuto. Il desiderio di libertà è solo voglia non di stare qui, è voglia di affogare in alto (a)mare.

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